Sono trent’anni dal quel 13 maggio del 1978 in cui veniva varata la legge 180. Una legge nella sua semplicità di intenti ( forse proprio per questo) rivoluzionaria non solo per l’epoca ma ancora oggi, Anzi forse ancora di più oggi quando anche parlare di socialdemocrazia o di keynesismo appare rivoluzionario.
Rivoluzionaria era l’idea di chiudere i manicomi, nel migliore dei casi luoghi di segregazione/detenzione per chi era senza colpa, in troppi casi veri e propri lager, luoghi di sofferenze indicibili.
Rivoluzionario era l’idea di scalfire il potere cumulato nei decenni dalla psichiatria ufficiale e la sua rendita di posizione. Basti pensare che il servizio prestato in ospedale psichiatrico valeva come titolo preferenziale per l’assunzione in strutture sanitarie anche di specialità differenti.
Una sola volta, da giovane studente in medicina, mi è capitato di entrare in uno di questi lager: era il Leonardo Bianchi, dove era stato ricoverato un amico in seguito ad una delle sue periodiche crisi deliranti. Non sapevo niente di Basaglia, niente della psichiatria e della cosiddetta, antipsichiatria. Ricordo quella visita come una esperienza sconvolgente.
Ricordo lo shock e l’indignazione per come erano costretti a vivere i ricoverati: l’affollamento delle gabbie ( erano gabbie) la sporcizia, la puzza.
E l’incredulità nel sentire il mio amico ( persona “schizzinosa”) accettare con rassegnazione ( non era più delirante) la promiscuità, lo sporco, la perdita di qualsiasi privacy ( all’epoca questa parola non era abusata come oggi) ma, soprattutto, sentirlo ritenere quasi necessario il ricovero che, a suo dire, lo avrebbe, come altre volte, restituito alla normalità, alla sua vita, alla famiglia.
Perchè la società, l’istituzione manicomiale, la psichiatria avevano convinto una parte delle vittime che il manicomio, le cure e, finanche, l’elettroshock, erano l’unico modo per ritornare “normali”, per guarire.
Per quelli che non riuscivano a guarire, la detenzione a vita ( l’ergastolo
Si capisce perche quella di Basaglia è stata una rivoluzione.
Pure una delle cose più importanti, per me, è che la chiusura dei manicomi ha restituito la dignità di esseri umani ai tanti che erano stati privati prima della salute e, come se non bastasse, della dignità. Imporre l’idea che la malattia mentale non fosse una colpa da espiare ha aperto la strada ad una diversa considerazione anche delle malattie del corpo che pure sono state troppo spesso vissute come frutto di colpa.
Certo non tutto è filato liscio . Ma quando mai accade, in Italia, che una legge funzioni alla perfezione?
E’ però vero che in Francia ed Inghilterra ( solo per citare due paesi europei) ci sono ancora rispettivamente 40.000 e 35.000 posti letto in ospedali psichiatrici. La situazione Italiana può consentirci di parlare di una riforma che si è compiuta. E sicuramente questo lo dobbiamo al fatto che si è trattato di una delle poche se non dell’unica riforma imposta dal basso : dagli operatori ( non tutti, ovviamente) dai malati, dai loro familiari. I periodici attacchi alla legge ( servono anche a ricordarci che bisogna sempre difendere quello che si è conquistato) per episodi che vedono coinvolti persone mentalmente sofferenti, al di là del dramma umano, mai trascurabile, sono fisiologici ( ricordate un’estate di due-tre anni or sono quando pareva che i cani fossero diventati il peggior nemico dell’uomo?)
In ogni caso gli episodi, che sporadicamente accadono, ed in cui sono coinvolte persone mentalmente sofferenti, non sono imputabili alla riforma ed alla chiusura dei lager se è vero, come è vero, che dove i manicomi ci sono ne accadono anche di più, non solo per il maggiore disagio esistenziale, ma anche per l’assenza di una rete territoriale come quella che, bene o male, disegnano i centri di salute mentale in Italia.
Occorre comunque vigilare perchè, come sempre accade nel nostro disgraziato paese, si preferisce sempre alla manutenzione delle leggi, così come dei manufatti, la loro completa sostituzione con qualcosa che è sempre peggio di quello che si voleva correggere. E’ accaduto quando la prima legge di riforma sanitaria, la 833, dopo 12 anni dalla sua promulgazione, è stata sostituita dell’orribile 502.
Occorre porre attenzione a che questo non accada con la 180. Così come occorre che la salute mentale non sia più la cenerentola dei piani sanitari.
La sola regione d’italia che ha avviato un piano complessivo di riforma psichiatrica, assegnando una centralità alla salute mentale, è la Sardegna. Non senza le solite resistenze di quelli che vedono minacciate le residue, ma pur sempre notevoli, rendite di posizione. Riaffermare l’importanza di servizi territoriali, cioè vicini alle persone, dove sia la relazione la cura che può portare alla guarigione, significa continuare nel solco dei principi, degli obiettivi della 180. Significa però, anche, investire risorse per consentire l’apertura di nuovi centri territoriali, che funzionino sulle 24 ore; significa curare l’accoglienza anche per quanto riguarda gli arredi, gli spazi; significa anche finanziare progetti di riabilitazione e di inclusione sociale.
E’ quello che si sta facendo in Sardegna ma non altrove; nemmeno nelle cosiddette regioni rosse ( per quanto ancora?) dove troppo ancora è in mano al privato ( non lager, ovviamente: c’è maggiore civiltà!!!); dove sono ancora troppe le rendite di posizione. Dove si continua ad usare, anzi si rilancia l’uso dell’elettroshock.