A volte ritornano

Maggio 26, 2008

Ce la siamo presi tanto con la “buonanima” ( non si capisce perchè buona come anima se da vivo…) di Poggiolini. Ricordate? all’epoca di mani  pulite era il potentissimo capo dell’ AIFA, l’agenzia che approva l’immissione in commercio dei farmaci e la classe di appartenenza per consentire o meno la sua gratuità ecc ecc. L’AIFA di ieri è la stessa di oggi.  Credevamo, noi ingenui,  che messo fuori gioco il Poggiolini …Ed invece no. Pare che chi occupa certi delicati centri di controllo ( di potere) sviluppi una pronunciata propensione a delìnquere. O forse sono i delinquenti che ambiscono a raggiungere ( e ci riescono, cavolo, se ci riescono!) posti dove, volendo, si possono raccattare soldi a palate. O forse sono le multinazionale del farmaco che decidono chi deve andare ad occupare posti strategici ( per loro!).

Come che sia siamo punto ed a capo. Con in più l’aggravante che non si dice quali siano i farmaci che, pur in presenza di effetti collaterali ( quanto rilevanti chi lo sa)  segnalati da medici o da ricerche mediche, si continuano a consumare come niente fosse. Anche la magistratura si muove con prudenza.  Sì che rispetto al passato  ( do you remember Mariotti ed il suo prontuario bocciato dalle case farmaceutiche?) oggi non si devono tutelare ditte farmaceutiche italiane e i posti di lavoro  che con il loro sporchi affari, garantiscono; per il semplice motivo che, praticamente, ditte farmaceutiche italiane non ce ne sono più. In italia si vendono solo farmaci prodotti altrove. E,tra l’altro, farmaci anche più costosi che nel resto di Europa. Ed allora perchè tanta prudenza nell’informare  la popolazione su un rischio finora sottaciuto?

Rivolgiamo la domanda ai magistrati  . Perchè a volte trapelano molte cose ed a volte no?

Nel frattempo ci augureremmo pene severissime  per i funzionari dell’AIFA  ed il sequestro di tutti i beni illegalmente cumulati e la restituzione del maltolto ed il licenziamento ecc ecc.  Purtroppo non speriamo che questo accada ed, anzi, dati i tempi, non sarebbe strano se  in virtù delle loro qualità delinquenziali/ manageriali espresse nell’”affaire”,  ce li ritrovassimo  come Direttori Generali di qualche ASL  se non, addirittura, in Senato od alla Camera  da prendere ad esempio per la Campania,  perchè recuperano/riutilizzano  molta munnezza.  Di  questi tempi le pene severe sono solo per i clandestini e per quelli che violino siti di importanza strategica!!!


194 e medici obiettori di comodo

Maggio 26, 2008

Aborti clandestini, indagati medici obiettori Il Mattino
Policlinico, record di obiettori il Giornale di Napoli
Fabbrica degli aborti, sono indagati 10 medici il Corriere del Mezzogiorno
A Napoli quattro medici indagati per gli aborti clandestini il Corriere della Sera
Questi i titoli a tutta pagina, ieri, di tre quotidiani locali ed uno nazionale che “scoprono” una cosa che le donne e gli addetti ai lavori sanno da sempre.
L’obiezione è non il fine, ma il mezzo per procacciarsi clientela per l’attività privata. Ma questo è permesso da tutti quelli che, avendo responsabilità di gestione nel SSN, non ritengono loro preciso dovere garantire che in ogni Azienda Ospedaliera, in ogni ASL dove ci siano strutture di ginecologia ed ostetrica, ci “debbano” essere anche strutture dove si pratichi l’interruzione volontaria della gravidanza ( IVG).
Come ottenere questo? Semplice: prevedendo nelle assunzioni che almeno il 50% dei posti siano riservati a medici che dichiarino di non essere obiettori e si impegnino, pena il licenziamento, a praticare le IVG per almeno 10 anni dal momento dell’assunzione. Questa clausola è necessaria perché siamo in un paese di furbetti e si potrebbe verificare, magari dopo sei-sette mesi, una improvvisa conversione ai valori cristiani della vita non disgiunti dai valori del profitto personale.
Immagino che qualcuno mi criticherà: perché solo il 50% dei medici e non tutti? Francamente se dipendesse solo da me opterei decisamente per il “tutti”. Perché se era comprensibile che all’atto della promulgazione della legge fosse consentito di rifiutare ( obiettare) un lavoro diverso da quello per il quale si era stati assunti, successivamente e ,soprattutto, dopo trenta anni dall’entrata in vigore della 194, e visto che nessuna legge “obbliga” i medici a lavorare in una struttura pubblica, non si capisce perché bisogna continuare ad assumere obiettori. Mi chiedo : chi assumerebbe in un centro trasfusionale un medico che, per motivi religiosi, si rifiutasse di manipolare il sangue od eseguire emotrasfusioni? Eppure ci sono delle confessioni ( che dovrebbero aver pari dignità con il cattolicesimo, secondo la nostra costituzione) che vietano le emotrasfusioni.
Non vi pare che il discorso sia abbastanza logico?
Quando poi l’obiezione riguarda solo il pubblico si capisce bene che essa è dettata da un “pressante imperativo morale” “necessario” ad incrementare il proprio reddito esentasse. In questo caso mi pare giusto attivare l’istituto della mobilità forzata : i “padroni” ( oggi si preferisce usare il termine più soft di imprenditore) usano questo termine al posto del più crudo “licenziamento”.


trent’anni fa:la 180

Maggio 13, 2008

Sono trent’anni dal quel 13 maggio del 1978 in cui veniva varata la legge 180. Una legge nella sua semplicità di intenti ( forse proprio per questo) rivoluzionaria non solo per l’epoca ma ancora oggi, Anzi forse ancora di più oggi quando anche parlare di socialdemocrazia o di keynesismo  appare rivoluzionario.

Rivoluzionaria era l’idea di chiudere i manicomi, nel migliore dei casi luoghi di segregazione/detenzione per chi era senza colpa, in troppi casi veri e propri lager, luoghi di sofferenze indicibili.

Rivoluzionario era l’idea di scalfire il potere cumulato nei decenni dalla psichiatria ufficiale e la sua rendita di posizione. Basti pensare che il servizio prestato in ospedale psichiatrico valeva come titolo preferenziale per l’assunzione in strutture sanitarie anche di specialità differenti.

Una sola volta, da giovane studente in medicina, mi è capitato di entrare  in uno di questi lager: era il Leonardo Bianchi, dove era stato ricoverato un amico in seguito ad una delle sue  periodiche crisi deliranti. Non sapevo niente di Basaglia, niente della psichiatria e della cosiddetta, antipsichiatria. Ricordo quella visita come una esperienza sconvolgente.

Ricordo lo shock e l’indignazione per come erano costretti a vivere i ricoverati: l’affollamento delle gabbie ( erano gabbie) la sporcizia, la puzza.

E l’incredulità nel sentire il mio amico ( persona “schizzinosa”) accettare con rassegnazione ( non era  più delirante) la promiscuità, lo sporco, la perdita di qualsiasi privacy ( all’epoca  questa parola non era abusata come oggi)  ma, soprattutto, sentirlo ritenere quasi necessario il ricovero che, a suo dire, lo avrebbe, come altre volte, restituito alla normalità, alla sua vita, alla famiglia.

Perchè  la società, l’istituzione manicomiale, la psichiatria avevano convinto una parte delle vittime  che il manicomio, le cure e, finanche, l’elettroshock, erano l’unico modo per ritornare “normali”, per guarire.

Per quelli che non riuscivano a guarire, la detenzione a vita ( l’ergastolo

Si capisce perche quella di Basaglia è stata  una rivoluzione.

Pure una delle cose  più importanti, per me, è che la chiusura dei manicomi ha restituito la dignità di esseri umani ai tanti che erano stati privati prima della salute e, come se non bastasse,   della dignità. Imporre l’idea che la malattia mentale non fosse una colpa da espiare ha aperto la strada ad una diversa considerazione anche delle malattie del corpo che pure sono state troppo spesso vissute come frutto di colpa.

Certo non tutto è filato liscio .  Ma quando mai accade, in Italia, che una legge funzioni alla perfezione?

E’ però vero che in Francia ed Inghilterra ( solo per citare due paesi europei)  ci sono ancora rispettivamente 40.000 e 35.000 posti letto in ospedali psichiatrici. La situazione Italiana può consentirci di parlare di una riforma che si è compiuta. E sicuramente questo lo dobbiamo al fatto che si è trattato di una delle poche se non  dell’unica riforma imposta dal basso : dagli operatori ( non tutti, ovviamente) dai malati, dai loro familiari. I  periodici attacchi alla legge ( servono anche a  ricordarci che bisogna sempre difendere quello che si è conquistato) per episodi che vedono coinvolti persone mentalmente sofferenti,  al di là del dramma umano,  mai trascurabile, sono fisiologici  ( ricordate un’estate di due-tre anni or sono quando pareva che i cani fossero diventati il peggior nemico dell’uomo?)

In ogni caso gli episodi, che sporadicamente accadono, ed in cui sono coinvolte persone mentalmente sofferenti,  non sono  imputabili alla riforma ed alla chiusura dei lager se è vero, come è vero, che dove i manicomi ci sono ne accadono anche di più, non solo per il maggiore disagio esistenziale, ma anche per l’assenza di una rete territoriale come quella che, bene o male,  disegnano i centri di salute mentale in Italia.

Occorre comunque vigilare perchè, come sempre accade nel nostro disgraziato paese, si preferisce sempre alla manutenzione delle leggi, così come dei manufatti, la loro completa sostituzione con qualcosa che è sempre peggio di quello che  si voleva correggere. E’ accaduto quando la prima legge di riforma sanitaria, la 833, dopo 12 anni dalla sua promulgazione,   è stata sostituita dell’orribile 502.

Occorre porre attenzione a   che questo non accada con la 180. Così come occorre che la salute mentale non sia più la cenerentola dei piani sanitari.

La sola regione d’italia  che ha avviato un piano complessivo di riforma psichiatrica, assegnando una centralità alla salute mentale, è la Sardegna. Non senza le solite resistenze di quelli che vedono minacciate le residue, ma pur sempre notevoli, rendite di posizione. Riaffermare l’importanza di servizi territoriali, cioè vicini alle persone, dove sia la relazione la cura che può portare alla guarigione, significa continuare nel solco dei principi, degli obiettivi   della 180. Significa però, anche, investire risorse per consentire l’apertura di nuovi centri territoriali, che funzionino sulle 24 ore; significa curare l’accoglienza anche per quanto riguarda gli arredi, gli spazi; significa anche finanziare  progetti di riabilitazione e di inclusione sociale.

E’ quello che si sta facendo in Sardegna ma non altrove; nemmeno nelle cosiddette regioni rosse ( per quanto ancora?) dove troppo ancora  è in mano al privato ( non lager, ovviamente: c’è maggiore civiltà!!!); dove sono ancora troppe le rendite di posizione. Dove si continua ad usare, anzi si rilancia l’uso dell’elettroshock.